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Feste agricole nel cuneese: incontri con allevatori e artigiani che arricchiscono ogni visita

📅 26 Agosto 2026✍️ di Pierluigi Mozzani⏱️ 7 min di lettura

All’alba, la bruma scendeva lenta sul fondovalle e il respiro delle vacche disegnava nuvole effimere nell’aria fredda. Ero arrivato poco prima che il primo secchio colpisse il legno della stalla, in una borgata alta sopra Valdieri, dove Marta, allevatrice di terza generazione, mi ha messo in mano una tazza di latte ancora caldo. Vengo da una vita passata tra Toscana e Marche, abituato a feste di rione e cortei che fanno comunità; ma qui, nel Cuneese, ho trovato una grammatica più antica, fatta di pascoli e utensili che luccicano alla luce del mattino, e una trama di incontri che arricchisce ogni visita con storie di mani, formaggi e campanacci.

Tra stalle e malghe: la pazienza del latte

La giornata comincia quasi sempre in stalla, con cadenze misurate come una cantilena. Marta controlla le fattrici mentre il nonno, Luigi, sorride da dietro i baffi e mi racconta di come la neve, un tempo, arrivasse a metà ottobre e dettasse il calendario della transumanza. Oggi il clima è più incerto, ma le regole del buon latte non cambiano: erba di qualità in estate, fieno pulito in inverno, e l’attenzione che si posa su ogni animale come su un vicino di casa.

Seguendo il loro ritmo, risaliamo verso l’alpeggio dove, quando la stagione lo consente, si lavora una toma elastica, di profumo erbaceo. È lì che imparo come il rame della caldaia restituisca un calore più uniforme e come la rottura della cagliata, a determinare la grana, segni la personalità del formaggio più di mille parole. Il lessico tecnico si mescola al dialetto, e l’aria sa di legna e siero.

Bra e l’eco di una comunità casearia

Scendendo in pianura, Bra alza la voce con un appuntamento che ha fatto scuola. Durante Cheese, la città diventa un dedalo di assaggi e racconti, un’assemblea a cielo aperto dove l’alfabeto del latte si confronta con l’innovazione e il ritorno alla terra. Qui il marchio di qualità non è un trofeo appeso al chiodo, ma una promessa di filiera: la tutela dei pascoli, la dignità delle stalle, il diritto a chiamare le cose con il loro nome. È il luogo ideale per capire perché la rete di Slow Food ha diffuso, in tutto il mondo, l’idea che il gusto sia anche responsabilità.

In mezzo a banchi ordinati e capre curiose, incontro Giulia, casara giovane che ha lasciato un lavoro d’ufficio per inseguire i batteri buoni. Parla del latte crudo come di un narratore capace di restituire la storia di un prato. Mi accompagna a un laboratorio dove si discute di muffe spontanee e salatura a secco, e mi accorgo di quanto le feste agricole, nel Cuneese, siano insieme piazze e scuole: luoghi dove si impara guardando le mani altrui.

Il rito possente del Bue Grasso

A Carrù, in dicembre, la Fiera del Bue Grasso è una cattedrale laica. Le campane suonano forte, ma il silenzio vero lo porta il passo lento dei bovini, pettinati come per un matrimonio. I macellai passano in rassegna le fiancate, le cosce, la resa presunta; i turisti si fanno largo con occhi spalancati, rapiti dalla bellezza massiccia di questi animali allevati con una cura che qui è tradizione e mestiere.

Parlo con Enrico, selezionatore da trent’anni, che mi spiega come la scelta delle razze e l’alimentazione di qualità si incastrino con il rispetto per i tempi lunghi dell’ingrasso. «Non è un catalogo», dice indicando il ring, «è una biografia di famiglie». Lo capisco ancor meglio a pranzo, quando il bollito misto si presenta come una mappa sensoriale del territorio, con salse che raccontano cascine e orti.

Castelmagno, Raschera e l’atlante delle DOP

Se c’è un modo per orientarsi in questo arcipelago di sapori, è seguire i toponimi che diventano formaggi. In Valle Grana, il Castelmagno stagiona in grotta e assume la nobiltà cruda delle pietre: pasta friabile, screziature azzurre, un carattere che non concede scorciatoie. A Frabosa Soprana, la Raschera e il Bruss hanno una fiera capace di portare il profumo del banco mercato fin dentro le vie, con i cartellini che recitano ingredienti, annate, caseifici di montagna e di alpeggio.

È qui che il lessico delle denominazioni entra in scena con la sua veste giuridica. La Denominazione di origine protetta non è burocrazia senz’anima: è la geografia messa nero su bianco, un patto che lega produttori, controllori e consumatori. Camminando tra le bancarelle, vedo negli occhi dei produttori il desiderio di spiegare cosa significhi rispettare un disciplinare e perché un latte non valga l’altro, anche se visto da lontano potrebbe sembrare uguale.

Mani antiche: cuoio, legno, filati

Le feste agricole nel Cuneese non si fermano ai cibi. Nelle piazze di Piozzo o Mondovì, poco oltre l’arco di trionfo dei salumi e dei formaggi, gli artigiani espongono oggetti che odorano di bottega. Un sellino cucito a mano racconta la stagione dei pascoli quanto un cuneo di toma; un mestolo tornito al momento ti spiega il ritmo delle carezze sul latte ancora tiepido. Nei cortili, i telai riprendono a cantare, e non è solo revival: è il gesto di chi ripara, ritesse, conserva.

Chi coordina questi spazi, spesso, sono i volontari che ho imparato a riconoscere in ogni festa: donne e uomini che non cercano ribalta, ma sanno come si costruisce un programma che funzioni. Li guardo animare i laboratori per bambini, preparare la merenda sinoira, rispondere con pazienza alle domande dei visitatori. È il retrobottega civile che fa vivere l’evento.

Autunno di castagne, primavera di erbe

In ottobre, Cuneo profuma di marroni e la Fiera del Marrone apre corridoi di steccati e sacchi di juta. I produttori spiegano la cura del bosco, la lotta ai parassiti, i tempi della raccolta. Piccoli artigiani sfornano paste e creme, e quello che sembra un dolce innocente diventa indice delle annate, come un vino. Tra uno stand e l’altro, scopri tisane, birre agricole, confetture dai nomi di borgata che segnano una cartografia sentimentale.

In primavera, invece, sono le erbe a rifare il trucco ai prati e alle cucine. Le feste di paese aggiungono al menu gli agnolotti ripieni di ricotta e spinaci campestri, zuppe leggere che profumano di aglio orsino, frittate che graffiano il palato con il tarassaco. Ho visto cuoche di Pro Loco discutere per mezz’ora sulla giusta dose di maggiorana, come se si stesse trattando un confine politico. In realtà difendono un’identità, piatto per piatto.

Incontri che restano addosso

C’è un dettaglio che torna in ogni tappa: il contatto diretto. Non ho ancora visto una festa nel Cuneese che non inviti, fosse anche solo con uno sguardo, a fare domande. Come si alleva? Quanto riposa un salume? Perché il cacio è più sapido quest’anno? Gli allevatori rispondono con franchezza, e quando ammettono una difficoltà lo fanno nel solco di una fiducia che si costruisce a voce bassa. Gli artigiani, dal canto loro, portano in piazza il tempo: quello che serve a rovinare la pelle con cura, a scegliere un nodo nel legno, a cucire una borsa che non sbaglia la forma della mano.

Questi incontri cambiano il modo in cui si compra, ma soprattutto il modo in cui si guarda un paesaggio. Le vette innevate diventano spalle che proteggono le valli; i fiumi, linee che uniscono mercati; i paesi, nodi di una rete che non ha bisogno di slogan, perché parla con i sapori e con i gesti.

Come prepararsi a una visita

Le feste agricole del Cuneese sono schiette, ma non improvvisate. Vale la pena controllare con anticipo i calendari comunali e le pagine delle Pro Loco, prenotare se si punta a pranzi popolari molto richiesti, e portare scarpe comode: i percorsi tra stalle, piazze e cortili possono allungarsi. Nei paesi di valle, il meteo cambia in fretta; in autunno e in primavera basta una giacca da pioggia per proseguire la passeggiata senza intoppi.

Una buona mappa, digitale o di carta, aiuta a disegnare la propria rotta tra fiere e caseifici visitabili. Molti produttori offrono degustazioni su prenotazione: è l’occasione per vedere da vicino caldaie e cantine, e per riportare a casa sapori difficili da trovare altrove. Le feste non sono musei: sono organismi vivi, e ogni visita diventa più intensa se si accettano le deviazioni, le chiacchiere, l’attesa.

Un ritorno che assomiglia a una promessa

Quando saluto Marta, nella stalla tornata silenziosa, penso a quante volte la mia vita nei comitati di quartiere mi ha insegnato che una comunità si riconosce dal modo in cui apparecchia la propria festa. Nel Cuneese, gli allevatori e gli artigiani non sono comparse; sono i protagonisti di un racconto che tiene insieme economia e memoria, territorio e futuro. Qui le fiere non chiedono di essere soltanto fotografate, ma ascoltate.

Mi allontano con un formaggio ancora tiepido nello zaino e una promessa che somiglia a quella dell’alba: tornare quando il clima cambia, quando il pascolo si fa dolce o quando la brina stringe, per ritrovare le stesse mani che lavorano e le stesse voci che raccontano. Perché ogni visita, se fatta con curiosità e rispetto, aggiunge un tassello a un mosaico che non finisce mai di crescere.

Pierluigi Mozzani

Pierluigi ha vissuto tra Toscana e Marche, partecipando attivamente ai comitati di quartiere per la valorizzazione delle feste popolari. Ha seguito l'organizzazione di cortei storici e weekend gastronomici, raccogliendo testimonianze dirette che ora trasforma in racconti vividi e pratici per i lettori.